- Un santuario mariano d’altura in Campania, tra boschi del Partenio e architetture stratificate.
- Una storia lunga nove secoli, da Guglielmo da Vercelli alla basilica del Novecento.
- Il 2 febbraio, la Candelora accende un pellegrinaggio che unisce preghiera, canto e memoria collettiva.
- I femminielli come figura culturale tradizionale e come chiave di lettura antropologica del rito.
- Visita all’abbazia: due basiliche collegate, cappelle, ex voto e spazi di accoglienza.
- Spiritualità e inclusione: Montevergine come luogo in cui la devozione popolare si fa linguaggio sociale.
Sulle cime del Partenio, a pochi chilometri da Avellino, il Santuario di Montevergine appare come un approdo: non solo geografico, ma anche interiore. Qui la montagna non fa da scenografia, bensì detta il ritmo. Infatti l’ascesa, l’aria sottile e il silenzio dei boschi costruiscono già una forma di spiritualità concreta, che si misura con il passo e con il respiro. Eppure, proprio in questo spazio “alto”, si incontrano storie molto terrene: voti familiari, promesse sussurrate, ringraziamenti lasciati in forma di ex voto, ma anche riti collettivi che trasformano la devozione in un linguaggio condiviso.
Il 2 febbraio, giorno della Candelora, Montevergine diventa un crocevia potente. Da un lato, si riconosce la liturgia cattolica con le sue luci e le sue benedizioni; dall’altro, si vede una tradizione popolare viva, sonora, a tratti teatrale. In questo quadro si colloca la “juta” dei femminielli, pellegrinaggio che intreccia fede e identità, memoria e contemporaneità. Così, l’abbazia non si limita a custodire arte e storia: diventa un osservatorio sul modo in cui una comunità costruisce senso, appartenenza e dignità, anche quando le definizioni moderne faticano a contenere la complessità.
Storia del Santuario di Montevergine: dalle origini medievali all’abbazia territoriale
La storia di Montevergine prende forma nel XII secolo, quando l’eremita Guglielmo da Vercelli sceglie un luogo appartato per l’ascesi. Tuttavia la solitudine non dura. La fama delle sue pratiche e della sua disciplina attira discepoli, e quindi si passa dall’eremitismo a una vita comunitaria. In breve tempo, si organizzano celle, spazi di lavoro e una prima chiesetta. La dedicazione mariana nasce da una devozione profonda, non da un’apparizione: questo dettaglio, spesso oscurato dalla leggenda, aiuta a comprendere l’impianto culturale dell’epoca, dove la scelta di Maria come riferimento fungeva da protezione e orientamento.
La prima chiesa viene consacrata nel 1126, mentre la presenza di Guglielmo sul monte risulta attestata già nel 1118. Inoltre la comunità monastica si struttura nella congregazione dei Virginiani, che diffonde la devozione mariana nel Mezzogiorno attraverso predicazione e pellegrinaggio. Montevergine diventa così un fulcro dell’Italia meridionale, capace di attrarre fedeli da tutta la regione. Anche oggi, con flussi che vengono spesso stimati nell’ordine di oltre un milione di visitatori annui, il santuario mantiene una funzione di “porta” tra devozione locale e richiamo più ampio.
Le trasformazioni architettoniche raccontano una continuità fatta di rotture e ricostruzioni. Già nel 1180 la chiesa dedicata a San Guglielmo viene rifatta in forme romaniche. Nel XIII secolo, Carlo II d’Angiò promuove una cappella votiva e affida la decorazione a Montano d’Arezzo. Tra 1296 e 1297 nasce l’icona destinata a diventare cuore simbolico del santuario: la Maestà di Montevergine, che il popolo chiamerà Mamma Schiavona. Qui la politica dinastica, l’arte e la fede si intrecciano, perché l’immagine sacra funziona anche come segno di legittimazione e protezione.
Nei secoli successivi, Montevergine attraversa crolli e rifacimenti. Nel 1629 una parte importante dell’edificio cede, e quindi si avvia una ricostruzione barocca che si conclude nel 1645, su disegno di Gian Giacomo Conforti. Allo stesso tempo, tra 1625 e 1631, si realizza un altare monumentale in marmi pregiati, che ospita l’icona fino al Novecento. Poi, negli anni Cinquanta, l’aumento dei fedeli impone un adeguamento: il progetto di Florestano Di Fausto innesta un nuovo corpo di chiesa sull’impianto seicentesco, creando un complesso unitario a croce latina. La nuova basilica risulta sostanzialmente compiuta nel 1963, e l’icona viene trasferita sul grande altare.
Questo percorso spiega anche un fatto istituzionale rilevante: Montevergine non è solo un santuario, ma un’abbazia territoriale, tra le poche rimaste in Italia. Perciò, oltre alla dimensione devozionale, si percepisce una struttura di governo ecclesiale particolare, legata a una responsabilità pastorale e a una gestione del culto che va oltre il semplice “luogo di visita”. È un nodo dove storia religiosa e storia sociale continuano a parlarsi, e questa continuità resta la sua firma più riconoscibile.
Pellegrinaggio a Montevergine e Candelora: la juta dei femminielli tra sacro e cultura popolare
Ogni 2 febbraio, la Candelora al Santuario di Montevergine, nel comune di Mercogliano, si trasforma in un evento corale. Arrivano gruppi organizzati, famiglie, comitive di amici, e anche persone sole che cercano un dialogo silenzioso. Tuttavia, accanto al flusso ordinario, si riconosce un tratto specifico: la presenza dei femminielli, figure tradizionali della cultura napoletana. La loro partecipazione rende questo pellegrinaggio un caso antropologico noto anche fuori dalla Campania, perché mette in scena un incontro raro tra ritualità cattolica e forme popolari di espressione identitaria.
È importante, inoltre, non sovrapporre il “femminiello” alle categorie contemporanee come “gay” o “trans”. La letteratura etnografica sottolinea come si tratti di una figura storica, radicata nei quartieri popolari di Napoli, con ruoli sociali e rituali specifici. Proprio questa collocazione “di confine” conferisce una funzione simbolica: si attraversano soglie, si mediano tensioni, si porta fortuna in alcuni contesti. Di conseguenza, la salita a Montevergine non appare come un semplice raduno: assume i contorni di un rito riconosciuto, con codici, musiche, gesti e una memoria tramandata.
La “juta”, ossia la salita, si presta a essere letta come un rito di passaggio. Prima viene la separazione: si lascia la quotidianità urbana, e quindi si entra in un tempo diverso, segnato dall’attesa. Poi arriva la fase di margine: il cammino, i canti, la danza, la sospensione di gerarchie e ruoli. Infine, la riaggregazione: l’arrivo davanti all’icona, dove si cerca un riconoscimento simbolico, spesso espresso con lacrime, promesse o semplici sguardi. In questo spazio liminale, la comunità temporanea diventa possibile, e per alcune persone diventa anche necessaria.
In tale contesto, la tammurriata ha un ruolo centrale. Non si tratta di un folklore decorativo. Piuttosto è un linguaggio del corpo che crea ritmo comune, e quindi un’appartenenza immediata. Il tamburo orienta i passi, mentre la voce apre un canale emotivo che coinvolge credenti e curiosi. Alcuni momenti, come la danza davanti alla Madonna, assumono il valore di atto performativo: devozione, identità e resistenza si fondono senza bisogno di slogan. Così il gesto diventa preghiera, e la preghiera diventa anche affermazione di dignità.
La figura di Mamma Schiavona aiuta a capire perché questo rito abbia trovato qui la sua casa. L’epiteto, legato alla carnagione scura dell’icona, ha alimentato un immaginario materno e accogliente. Si dice che non cacci nessuno, e questa formula popolare, pur semplice, chiarisce una funzione: offrire riparo simbolico a chi si sente ai margini. Inoltre, le riflessioni di Ernesto De Martino sui culti del Sud come luoghi di riscatto simbolico illuminano bene Montevergine: un santuario dove la devozione popolare si intreccia con la ricerca di spazio sociale. È un punto in cui la fede si mostra come pratica, non come astrazione, e questo resta l’aspetto più attuale del pellegrinaggio.
Per orientarsi tra i segni della giornata della Candelora, tornano spesso alcuni elementi riconoscibili:
- La salita collettiva, a piedi o con mezzi condivisi, vissuta come attraversamento.
- La musica rituale, con tammorre, canti e risposte corali.
- La danza come gesto devoto, ma anche come affermazione di presenza.
- La sosta davanti all’icona, che concentra ringraziamenti, richieste e promesse.
- La socialità festiva, dove sacro e profano si sfiorano senza annullarsi.
Questo intreccio non riduce la complessità; al contrario, la rende leggibile. E proprio da qui nasce il passaggio naturale verso la visita degli spazi, dove la pietra custodisce ciò che il corpo ha appena espresso.
Visita all’abbazia di Montevergine: basilica nuova, basilica antica e itinerari d’arte sacra
La visita al complesso del Santuario di Montevergine comincia spesso dalla basilica nuova, costruita nel Novecento per rispondere a un’affluenza crescente. L’impianto appare sobrio e solenne: tre navate, soffitto a cassettoni, e un arco trionfale che introduce la zona presbiteriale. Qui il grande altare maggiore diventa un punto di convergenza visiva. Inoltre, la disposizione consente un passaggio organico verso la basilica antica, così che il visitatore percepisca la continuità tra epoche, senza bisogno di spiegazioni didascaliche.
La basilica antica, invece, parla la lingua del Barocco. Stucchi, cherubini e volute accompagnano lo sguardo lungo le navate. Dalla navata centrale si accede all’antica cappella della Madonna, oggi indicata come Cappella del Crocifisso, dove si prevede la ricollocazione della Maestà di Montano d’Arezzo. Qui i marmi composti costruiscono un effetto di tessitura luminosa, e quindi l’idea di preziosità non resta astratta: si vede e si misura. Sulla volta compaiono scene mariane, mentre alle pareti convivono pitture e memorie dinastiche, come i segni legati agli Angiò.
Nella navata destra si incontra la Cappella del Santissimo, con un baldacchino romanico-bizantino del XII secolo. Il contrasto tra questo elemento e la decorazione successiva offre un esempio concreto di stratificazione: Montevergine non cancella, aggiunge. All’esterno si nota anche il monumento quattrocentesco dedicato a Caterina Filangieri, segno di come il santuario abbia accolto nel tempo devozioni aristocratiche e richieste popolari. Perciò, mentre la montagna parla di isolamento, l’architettura racconta relazioni, potere, protezione e memoria.
Un altro punto di interesse è l’altare maggiore seicentesco, con decorazioni in mosaico di pietre dure. A ridosso si trova un mezzobusto di San Gennaro, legato al ricordo della presenza delle reliquie del santo nel santuario prima del trasferimento a Napoli nel 1497. Dettagli del genere orientano la visita in modo narrativo: non si osservano solo opere, ma si seguono spostamenti di culto, equilibri tra città e territorio, e geografie della devozione. Anche l’altare di San Michele, con la statua dell’Arcangelo in marmo chiaro e un mosaico attribuito a maestranze sorrentina, aggiunge un tassello all’insieme.
Per completare il percorso, la Sala San Guglielmo conserva relazioni di grazie ricevute ed ex voto pittorici. Qui la religiosità popolare si vede senza filtri, perché ogni tavoletta o oggetto racconta un incidente evitato, una guarigione, un ritorno. Inoltre, la presenza di una foresteria e di spazi annessi ricorda la funzione di accoglienza monastica, che dà forma concreta alla spiritualità del luogo. Sul piano pratico, le aperture seguono di norma una scansione stagionale: in estate e inizio autunno si visita più facilmente ogni giorno, mentre in alcuni mesi intermedi si concentra l’accesso su weekend e festivi. Così la visita non è mai solo estetica: diventa un modo per capire come una comunità organizza nel tempo la propria devozione.
Mamma Schiavona e le Madonne nere: devozione, immaginario e protezione degli ultimi
Nel cuore simbolico del santuario sta l’immagine della Madonna di Montevergine, chiamata Mamma Schiavona. Il soprannome nasce dall’impressione cromatica dell’icona, percepita come scura. Tuttavia, più del colore conta l’effetto sociale del nome: la Madre appare forte, vicina e pronta ad accogliere. In molte narrazioni orali, infatti, Montevergine è il luogo dove “nessuno viene mandato via”. Questa frase, ripetuta con semplicità, funziona come un dispositivo di inclusione, perché stabilisce un patto implicito tra il santuario e chi vi arriva con una ferita, una vergogna o una richiesta difficile da esprimere altrove.
La devozione alle Madonne nere attraversa l’Europa, e quindi Montevergine si inserisce in un orizzonte più ampio. In diversi contesti, immagini scure vengono interpretate come protettrici di poveri e viandanti. Inoltre, la materia stessa dell’icona e le vicende conservative possono incidere sull’aspetto cromatico, alimentando letture successive. La cosa decisiva, però, è l’uso comunitario dell’immagine: l’icona non resta un oggetto, ma diventa un interlocutore. Perciò, durante la preghiera, si cerca uno sguardo materno che legittimi e consoli, soprattutto quando la società appare giudicante.
In questa cornice, la relazione con i femminielli trova una coerenza profonda. Se la figura del femminiello occupa una soglia tra maschile e femminile, la Madonna accogliente offre una soglia religiosa dove la persona può sostare senza spiegarsi. Inoltre, la giornata della Candelora amplifica il tema della luce: candele, benedizioni, segni di purificazione. Così la luce non indica solo un dogma, ma una richiesta di visibilità dignitosa. È una dinamica sottile: non si tratta di trasformare il rito in manifesto, bensì di riconoscere come la fede popolare sappia parlare anche quando le parole mancano.
Le scienze sociali hanno spesso osservato che i santuari del Sud possono diventare luoghi di riscatto simbolico. Questa chiave, applicata a Montevergine, mostra un punto essenziale: l’istituzione monastica e la religiosità popolare non coincidono sempre, ma convivono. Tuttavia, proprio la convivenza permette al santuario di funzionare come “spazio terzo”, dove il conflitto sociale si attenua e si riformula. Di conseguenza, l’accoglienza non appare come una concessione moderna, bensì come un tratto che la tradizione ha già sperimentato attraverso riti, canti, visite votive e pratiche di ospitalità.
Un esempio concreto aiuta a capire. Durante le giornate di grande afflusso, si vede spesso una famiglia che accompagna un anziano, mentre poco distante un gruppo canta e balla. A prima vista sembra dissonanza; invece, nel santuario, i registri trovano un equilibrio. Il silenzio non viene abolito, perché si concentra in cappella o davanti all’icona. Allo stesso tempo, la gioia non viene espulsa, perché appartiene a un linguaggio popolare antico. Montevergine regge questa tensione, e quindi la trasforma in un’esperienza condivisibile anche da chi arriva con sensibilità diverse. È qui che Mamma Schiavona continua a parlare, non come metafora, ma come pratica collettiva.
Spiritualità, liminalità e risonanze globali: perché Montevergine parla anche oltre la Campania
La forza di Montevergine sta anche nella sua capacità di essere locale e, allo stesso tempo, comprensibile altrove. Il concetto di liminalità, elaborato in antropologia per descrivere le fasi “di soglia” nei riti, aiuta a leggere ciò che accade durante la Candelora. Nel cammino e nella danza si sospendono per un momento ruoli ordinari, e quindi si sperimenta una comunione temporanea. Questo non cancella le differenze, ma permette di conviverci senza che diventino barriera immediata. In tale senso, la spiritualità qui non si definisce per dottrina astratta, bensì per pratica del corpo, del tempo e della relazione.
Un punto interessante riguarda le risonanze simboliche con altri contesti, come il Brasile. Non esistono prove di legami storici diretti tra la Candelora di Montevergine e feste afro-brasiliane. Tuttavia, il 2 febbraio in Brasile coincide spesso con celebrazioni dedicate a Yemanjá, con offerte, danze, pellegrinaggi e riti di purificazione. Il parallelismo non implica contatto, ma convergenza: quando culture diverse associano una data a gesti di luce, acqua, cura e protezione, si crea una somiglianza che può colpire chi osserva. Inoltre, la devozione a figure materne percepite come protettrici degli esclusi trova analogie, come nel culto di Nossa Senhora Aparecida, Madonna nera molto sentita.
Queste affinità aiutano anche a spiegare perché alcuni temi contemporanei, come la spiritualità queer, trovino nel racconto di Montevergine un campo di ascolto. Le religioni afro-brasiliane, ad esempio, riconoscono spesso ruoli rituali a identità non rigidamente binarie. Perciò, quando si guarda ai femminielli come figura liminale con funzione rituale, si capisce come il rito campano possa “risuonare” in sensibilità lontane. Inoltre, la diaspora italiana in Brasile ha favorito nel tempo la circolazione e la reinvenzione di pratiche popolari, anche se senza attestazioni specifiche sulla Candelora di Montevergine. La circolazione culturale, infatti, non avviene solo per filiazione diretta, ma anche per riconoscimento di forme simili.
Questo porta a un altro aspetto: la tradizione non è mai immobile. Ogni anno, il pellegrinaggio aggiorna linguaggi, repertori musicali e modalità di presenza pubblica. Negli ultimi decenni, inoltre, la giornata ha assunto anche una dimensione politica, spesso senza bisogno di bandiere: la sola visibilità di corpi e voci, in un luogo sacro, può diventare un messaggio. Tuttavia il santuario continua a essere prima di tutto un luogo di devozione. Proprio questo equilibrio lo rende complesso e, quindi, interessante: il rito non si riduce a spettacolo, e non si riduce a liturgia pura. Si colloca in mezzo, dove le persone cercano senso.
Per chi visita Montevergine nel presente, il consiglio culturale più utile è osservare le soglie: tra bosco e piazzale, tra basilica nuova e basilica antica, tra canto e silenzio. In ciascuna soglia si vede come una comunità negozia appartenenza e differenza. E quando un luogo riesce a farlo senza perdere la propria identità, significa che la sua storia non è finita, ma continua a produrre significati.
Dove si trova il Santuario di Montevergine e come si raggiunge?
Il Santuario di Montevergine si trova sul Monte Partenio, nel territorio di Mercogliano (provincia di Avellino), in Campania. Si raggiunge in auto seguendo le indicazioni per Montevergine; in alcune stagioni e giornate di afflusso si usano anche soluzioni collettive e collegamenti locali. Conviene verificare in anticipo viabilità e orari, soprattutto in inverno.
Che cos’è la “juta” dei femminielli del 2 febbraio?
La “juta” indica la salita-pellegrinaggio verso Montevergine nel giorno della Candelora. La partecipazione dei femminielli, figura tradizionale della cultura napoletana, rende il rito un intreccio di fede, musica, danza e memoria popolare, con una forte dimensione di liminalità e comunità temporanea.
Perché la Madonna di Montevergine viene chiamata Mamma Schiavona?
Il nome popolare è legato alla percezione della carnagione scura dell’icona mariana e a un immaginario di maternità potente e accogliente. Nella devozione locale, Mamma Schiavona è considerata protettrice di chi si sente escluso o in difficoltà, e per questo rappresenta un riferimento affettivo oltre che religioso.
Cosa vedere durante la visita all’abbazia di Montevergine?
La visita include la basilica nuova novecentesca e la basilica antica con decorazioni barocche, cappelle come quella del Santissimo, altari storici e spazi che raccolgono ex voto e testimonianze di grazie ricevute. L’itinerario permette di leggere la stratificazione artistica e la continuità della devozione nel tempo.
Giornalista di viaggio e divulgatrice culturale con 38 anni, dedico la mia vita a raccontare le bellezze e le tradizioni dell’Appennino meridionale, portando alla luce storie autentiche e suggestive di questa affascinante regione.



